Periodico d'informazione d'arte, cultura, spettacolo, sociale e politica.
di Gilberto Casciani
-Roma-Viviamo in un Paese in cui, purtroppo, chi sbaglia viene premiato e chi fa i sacrifici per una vita magari finisce per togliersi proprio la vita…
E’ di questi giorni la notizia, apparsa su tutti i quotidiani, che la nostra amata Italia è vittima di un’ondata di suicidi legati alla crisi economica: imprenditori e lavoratori scelgono l’omicidio di se stessi per rispondere ad una crisi che, se da un lato toglie il sonno a chi ci governa, dall’altro toglie la vita a chi lavora onestamente.
Siamo di fornte ad una drammatica emergenza, perché questi suicidi in realtà esistono già da qualche anno: se è vero che, da inizio anno, c’è stato un suicidio ogni quattro giorni, nel 2010 i suicidi sono stati in totale 187 – quindi uno ogni due giorni – e nel 2009 addirittura 198, quasi uno ogni giorno e mezzo.
La questione non attiene ai numeri, usati spesso ad arte dai mezzi di comunicazione, quanto al fatto in sé: anche un solo morto suicida a causa delle difficoltà economiche, per come la vedo io, sarebbe troppo. Stiamo parlando di persone, di amici, magari di gente che abbiamo visto la sera prima a cena o che sono stati nostri testimoni di nozze: persone comuni, appunto. Pensiamo alle tante persone oneste che abbiamo incontrato nella nostra vita, a quelle con cui abbiamo lavorato o che ci hanno insegnato un mestiere; gente semplice, alla quale siamo legati da un sentimento di amicizia e di affetto, perché sono parte del nostro vissuto, parte delle nostre famiglie. Come quell’imbianchino di 49 anni che si è lanciato dal balcone a Trani a fine marzo perché da tempo non riusciva a trovare un posto di lavoro; o quel piccolo imprenditore di Cepagatti che, ad appena 44 anni, si è impiccato perché non riusciva a sollevarsi dalle difficoltà finanziare e nel suo cuore e nei suoi pensieri era forte il senso di responsabilità e la mortificazione di non riuscire più ad aiutare le famiglie dei suoi operai. Ecco, questa è l’Italia che stiamo lasciando morire, quella delle piccole imprese familiari, delle aziende cresciute grazie alla spinta delle comunità in cui sono cresciute e che, al pari, hanno visto crescere le famiglie intorno a sé.
Purtroppo invece viviamo in uno strano Paese, nel quale viene premiato chi sbaglia e lasciato morire con indifferenza chi fa i sacrifici per tutta la vita. Un Paese, mi duole ricordarlo, nel quale esistono top managers che hanno condotto in rovina importanti aziende di Stato, come l’Alitalia, ai quali, invece di chiedere i danni come sarebbe stato corretto per cattiva amministrazione, sono state attribuite buonuscite milionarie e pensioni d’oro.
Un Paese, però, che non ha avuto pari magnanimità nei confronti delle tantissime piccole e medie aziende che formavano l’indotto dell’Alitalia, ma le ha lasciate perire, soffocate dai debiti e dalla richiesta senza deroghe di tasse e balzelli.
Un Paese nel quale, come sa bene ad esempio l’attuale Ministro per lo Sviluppo Economico Corrado Passera, anche il sistema del credito ha le sue pesanti responsabilità, perché in maniera cieca si occupa solo di recuperare e mai di sostenere, applicando tassi di interesse a due cifre che hanno l’unico effetto di rendere la vita impossibile anche a chi non ha mai fatto nulla di male, crede in quello che fa, ha investito tutto quello che aveva, magari venduto pure la casa di proprietà, e si trova a vivere un momento di difficoltà economica passeggero.
Piuttosto che restare a guardare queste morti assurde, allora, facciamo qualcosa di concreto.
Questo Governo in carica, che gode di una maggioranza parlamentare che non ha precedenti nella storia repubblicana, pur non avendo vinto le elezioni, ma che dubito goda della stima della maggioranza dei cittadini, si dia da fare: la smetta di parlare di articolo 18, di riforma elettorale e di frequenze TV, di argomenti così drammaticamente distanti dai bisogni dei cittadini.
Alzate il culo dalle poltrone, signori Ministri, e guardatevi attorno: fate qualcosa immediatamente per aiutare la gente comune, fate qualcosa per l’anima vera di questo Paese che non ce la fa più.
Voglio dare un paio di suggerimenti semplici, che magari i professori e i manager del nostro governo vorranno ascoltare: perché non proponete alle banche, con le quali mantenete strettissimi rapporti, di applicare un congelamento dei debiti per i prossimi 5 anni agli imprenditori che versano in difficoltà finanziarie? I cittadini italiani, quelli perbene che sono rimasti a fare impresa nel nostro Paese e l’hanno reso unico e grande nel mondo, hanno sempre onorato i propri debiti, a partire dalle cambiali più piccole. E il fatto che qualcuno di loro sia giunto a togliersi la vita per non esserci più riuscito non è che una triste conferma di tutto ciò.
Allora togliamo dalle gole degli imprenditori questo collare a strangolo del debito, liberiamoli dal fiato corto e ridiamo loro un po’ di respiro: spostare l’asticella del debito in avanti di qualche anno non contribuirà a peggiorare la situazione, al contrario ridarà energia a quanti non sanno più dove sbattere la testa.
Se questo non bastasse, aggiungo, perché non proporre di far coincidere la riscossione dell’Iva con il momento del pagamento effettivo delle fatture? Un modo semplice ed efficace per evitare a tante aziende di indebitarsi ulteriormente anche per pagare le tasse.
E' giunto il momento che nel nostro Paese torniamo ad appropriarci ognuno del proprio ruolo: i ministri facciano i ministri pensando ai cittadini, i lavoratori facciano i lavoratori fino al momento della pensione, senza che questa diventi una chimera sempre più lontana. Serve spazio per i nostri figli, perché abbiano anche loro l'occasione di contribuire alla crescita del nostro Paese.
L’orgoglio di un Governo - che deve sempre rappresentare il Paese intero e non una porzione di esso – è quello di scovare gli evasori, smascherare gli impostori e stanare gli impuniti, a partire da quelli che hanno goduto di privilegi e benefici che vanno al di là dell’umana comprensione, non di mettere un cappio intorno al collo di quanti cercano con mille sforzi di far quadrare i conti.
Quei piccoli imprenditori, insieme ai loro operai e impiegati, – non dimentichiamolo mai! – siamo noi, che coi nostri sacrifici abbiamo fatto grande questo Paese e le nostre famiglie e facciamo di tutto perché continui ad esserlo.